Quando cerco di descrivere Sinclair Lewis mi accorgo che, in un modo o nell’altro, insisto su parole inadeguate, come «straziante». Trovo straziante che alla sua morte non abbia lasciato quasi nessun oggetto personale. «Non amava i beni materiali» disse la prima moglie, Gracie. «Le case che via via comperò erano per la maggior parte ammobiliate; le lasciava come le aveva trovate». Gracie raccontò che nel maggio 1952, quando furono messe all’asta le suppellettili di Thorvale Farm a Williamstown, Massachusetts – l’ultima casa americana di Sinclair –, tra i seicento oggetti in lista le uniche cose personali erano «una borsa da viaggio di cuoio marcata con una L e ricoperta da etichette di alberghi, una grossa macchina da scrivere in una pesante custodia di cuoio, una scrivania a L e due racchette da tennis». Un’anziana fece un’offerta per le racchette – disse a Gracie che le voleva regalare ai suoi due nipoti, che avrebbero dovuto allenarsi di più –, ma se le aggiudicò qualcun altro per diciotto dollari. I memorabilia della mostra che nel 1952 l’American Academy of Arts and Letters allestì in onore dello scrittore erano: «bibbia, cappello floscio, bastone da passeggio, portasigarette, visiera, scacchiera, penna stilografica». Nessun ricordo, nessun oggetto di valore sentimentale; niente.
Da bambino Sinclair Lewis fu quello che chiameremmo un «imbranato». Nonostante l’entusiasmo, non riusciva a essere sportivo come il padre e i fratelli maggiori. L’unica sua fortuna (e disgrazia) fu l’impossibilità di apparire «normale». La sua vita e i suoi romanzi ci ricordano fino a che punto veniamo influenzati dal modo in cui gli altri ci percepiscono e ci classificano. A detta di tutti, Sinclair era di una bruttezza spettacolare. Aveva il viso deturpato dalle cicatrici dell’acne, che, aggravate dalla radioterapia, lo tormentarono per tutta la vita. Gore Vidal osservò che era brutto «come una gargolla», e la quarta moglie di Hemingway, Mary, lo ritrasse impietosamente come «un pezzo di fegato andato a male, centrato a venti metri da una scarica di pallini numero 7».
[...] Date le premesse, si sarebbe potuto immaginare che, come molti contemporanei, Sinclair scrivesse un Moon-calf novel, secondo l’espressione del suo primo biografo Mark Schorer: un romanzo su uno «scherzo di natura», la triste storia di un giovane americano solo e incompreso. Ma anziché chiudersi in sé stesso, Lewis andò alla scoperta dell’America. I suoi romanzi trattano i temi scottanti del momento e ne toccano molti altri che all’inizio di questo nuovo secolo ci interessano ancora: il conformismo (La via principale e Babbitt), la religione (Il figlio di Giuda), i diritti delle donne (Anna Vickers), il fascismo (Qui non è possibile), la razza (Sangue reale), la scienza medica (Il dottor Arrowsmith). Molti di essi scatenarono controversie e dibattiti a non finire. Sangue reale, apprezzato più dai neri che dai bianchi, fu persino definito «sedizioso».
Lewis fu il primo romanziere americano a vincere il premio Nobel, ma questo non gli evitò di essere liquidato, in vita, come uno scribacchino di second’ordine. Sotto certi aspetti il premio firmò la sua condanna, poiché in patria la reazione fu immediata e implacabile.
[...] Ma se spesso viene allontanato dal pantheon delle lettere americane, alle dure critiche seguono un «eppure» o un «ma», e riluttanti spiegazioni sul perché non lo si possa ignorare.
«Chi, nell’ultimo secolo, ha cercato con più coraggio e sistematicità di soddisfare l’esigenza, espressa di recente da Tom Wolfe e Jonathan Franzen, che i romanzieri americani mettano da parte il solipsismo e la delicatezza introversa per abbracciare la nazione così com’è, nella sua varietà e nel suo dinamismo pugnaci?».
Per Sinclair Lewis, come per Mark Twain e William Dean Howells prima di lui, questo non fu un compito di natura politica, ma esistenziale. Schiere di scrittori più anziani, come Upton Sinclair e Theodore Dreiser, e più giovani, come Richard Wright, Francis Scott Fitzgerald, William Faulkner, Saul Bellow e Flannery O’Connor, avrebbero fatto lo stesso, ognuno a modo suo. Era il 1922 quando George F. Babbitt venne al mondo, e solo tre anni dopo un giovane di nome Jay Gatsby sarebbe morto inseguendo la sua versione del sogno americano (proprio nel 1922, secondo il romanzo), lasciandoci per sempre con quel mistero irrisolto della luce verde in fondo al molo.
Anche se i romanzi di Lewis vengono definiti sociologici, non furono ispirati dalla politica o dall’ideologia, ma da una passione che lo investì di una missione e gli diede una ragione di vita. «Di Lewis non si sarebbe affatto parlato,» disse Gore Vidal «ma i suoi personaggi, come prototipi, avrebbero fatto strada; anzi, nel linguaggio sono entrate più invenzioni sue che di qualunque altro scrittore da Dickens in poi».
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